In Siria esiste anche l’autorganizzazione contro regime e gruppi islamisti

Article originally published in September 2013
Per più di due anni la maggior parte degli osservatori ha analizzato il processo rivoluzionario siriano in termini geopolitici, dall’alto, ignorando le dinamiche politiche e socioeconomiche che scaturivano dal basso. La minaccia di un intervento occidentale ha solamente rafforzato l’idea di uno scontro tra due fazioni: gli Stati occidentali e le monarchie del Golfo da una parte, Iran, Russia ed Hezbollah dall’altra. Ci rifiutiamo di scegliere tra questi due schieramenti e rifiutiamo questa logica del “male minore” che condurrà soltanto alla sconfitta della rivoluzione siriana e dei suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il rifiuto del settarismo. Il nostro sostegno va al popolo rivoluzionario che lotta per la sua libertà e l’emancipazione. Infatti solo un popolo in lotta provocherà non solo la caduta del regime, ma anche la creazione di uno stato laico e democratico e la progressiva affermazione della giustizia sociale. Una società che rispetti e garantisca il diritto di ognuno a praticare la propria religione e che rispetti l’eguaglianza dei propri cittadini senza discriminarli su basi religiose, etniche e di genere.
Solo le masse che sviluppino il proprio potenziale di mobilitazione possono realizzare il cambiamento attraverso l’azione collettiva. È l’abc della politica rivoluzionaria. Ma oggi questo abc incontra un profondo scetticismo da parte di numerosi ambienti di sinistra in occidente. Ci viene detto che scambiamo i nostri desideri con la realtà, che ci può essere stato un principio di rivoluzione in Siria due anni e mezzo fa ma che le cose sono cambiate. Ci viene detto che il jihadismo è subentrato nella lotta contro il regime e che non si tratta più di una rivoluzione bensì di una guerra e che c’è bisogno di scegliere un fronte per trovare una soluzione concreta.
Tutto il “dibattito” a sinistra è avvelenato da questa logica “campista”, delle volte accompagnata da teorie della cospirazione che confondono le differenze fondamentali tra la sinistra e la destra – specialmente quella estrema. Quando un giornalista riporta ciò che ha visto sul campo, nelle zone sotto il controllo dei ribelli, e confuta la narrazione dominante sull’egemonia jihadista viene semplicemente ignorato. Qualcuno aggiugne che queste storie sono parte delle menzogne dei media che puntano a rendere l’opposizione presentabile per giustificare un intervento imperialista e per questo non possiamo dargli credito.
Abbiamo chiesto a Joseph Daher, un attivista rivoluzionario siriano membro della Corrente di Sinistra Rivoluzionaria che attualmente vive in Svizzera, di illustrarci lo stato dei movimenti popolari nel suo paese, precisamente dell’autorganizzazione delle masse nelle regioni liberate, della lotta contro il settarismo e contro gli islamisti. Ciò che ne esce è chiaro: si, la rivoluzione è ancora viva in Siria ed ha bisogno della nostra solidarietà. [LCR Web] [1] 

Comitati popolari, elezioni ed amministrazioni civili 
Dall’inizio della rivoluzione le principali forme di organizzazione sono stati i comitati popolari a livello regionale, cittadino e di villaggio. I comitati popolari sono state le vere avanguardie del movimento che ha mobilitato il popolo per le proteste. Da allora le regioni liberate dal regime hanno sviluppato delle forme di autogestione fondate sull’organizzazione delle masse. I consigli popolari eletti sono nati per gestire queste regioni liberate a dimostrazione che era il regime che aveva provocato una situazione di anarchia, non il popolo.
In alcune regioni liberate dalle forze armate del regime sono state fondate le amministrazioni civili per compensare l’assenza dello stato ed assumersi i suoi compiti in numerosi settori, ad esempio la gestione di scuole, ospedali, strade, acquedotti, elettricità e comunicazioni. Queste amministrazioni civili vengono costituite per elezione e per consenso popolare e tra i loro compiti principali c’è quello di fornire i servizi civili, la sicurezza e la pace civile.
Le libere elezioni locali nelle zone “liberate” sono state le prime da quarant’anni a questa parte. È questo il caso della città di Deir Ezzor, alla fine del febbraio 2013, dove Ahmad Mohammad, un elettore, ha dichiarato che “vogliamo uno stato democratico, non uno stato islamico. Vogliamo uno stato laico governato dai civili, non dai mullah.”
Questi consigli locali riflettono il senso di responsabilità e la capacità dei cittadini di prendere l’iniziativa per gestire i propri interessi affidandosi al proprio staff manageriale e alle proprie esperienze. Ce ne sono di diversi tipi sia nelle regioni ancora sotto il controllo del regime sia in quelle che se ne sono liberate.
Un altro esempio concreto di questa dinamica di autogestione si è visto all’assemblea fondativa della Coalizione dei Giovani Rivoluzionari in Siria, avvenuta agli inizi di giugno ad Aleppo. La riunione ha raccolto un ampio settore di attivisti dei comitati e comitati di coordinamento che hanno svolto un ruolo importante sul campo sin dall’inizio della rivoluzione. Vengono da varie regioni del paese e rappresentano ampi settori della società siriana. La conferenza è stata presentata come un momento fondamentale per rappresentare la gioventù rivoluzionaria di tutte le comunità.
Ciò non significa che queste esperienze non abbiano dei limiti, come la scarsa rappresentanza delle donne e di alcune minoranze. Non si tratta di indorare la realtà ma di ristabilire la verità. 

L’esempio di Raqqa 
La città di Raqqa, l’unico capoluogo di provincia liberato dal regime dal marzo 2013, è un illustre esempio di autogestione delle masse. Raqqa, che ancora subisce i bombardamenti da parte del regime, è completamente autonoma ed è la popolazione locale che gestisce tutti i servizi per la collettività. Un elemento altrettanto importante nella dinamica popolare della rivoluzione è la proliferazione di giornali indipendenti prodotti dalle organizzazioni popolari. Il numero di testate è passato dalle tre esistenti prima della rivoluzione – tutte gestite dal regime – a più di sessanta.
A Raqqa spesso sono i giovani a guidare le organizzazioni popolari, che si sono moltiplicate fino a contare alla fine di maggio più di 42 movimenti sociali ufficialmente registrati. I comitati popolari hanno organizzato numerose campagne. Un esempio è la campagna “la bandiera rivoluzionaria mi rappresenta”, che consiste nel dipingere la bandiera della rivoluzione sui muri dei quartieri e nelle strade della città per opporsi alla campagna degli islamisti che cerca di imporre la sua bandiera nera. Sul fronte culturale nel centro della città è andato in scena uno spettacolo che prendeva in giro il regime di Assad e agli inizi di giugno le organizzazioni popolari hanno allestito una mostra di arte ed artigianato locale. Sono stati istituiti dei centri per prendersi cura dei più giovani e per curare i disordini psicologici provocati dalla guerra. Gli esami di maturità a giugno e luglio sono stati completamente organizzati dai volontari.
Esperienze simili di autogestione si trovano in molte zone liberate ed è inutile dire che le donne svolgono un ruolo eccezionale in questi movimenti e nelle proteste in generale. Ad esempio il 18 giugno scorso nella città di Raqqa c’è stata una grande protesta di massa guidata dalle donne di fronte al quartier generale del gruppo islamista Jabhat al-Nusra per richiedere la liberazione dei prigionieri. I manifestanti hanno innalzato slogan contro Jabhat al-Nusra denunciando le loro azioni e non hanno esitato ad utilizzare il primo slogan intonato a Damasco nel febbraio 2011: “Il popolo siriano rifiuta di essere umiliato”. Il gruppo “Haquna” (che significa “i nostri diritti”), composto da molte donne, ha anche organizzato numerosi raduni contro i gruppi islamisti a Raqqa, utilizzando parole d’ordine come “Raqqa è libera, abbasso Jabhat al-Nusra”.
Nella città di Deir Ezzor lo scorso giugno gli attivisti locali hanno lanciato una campagna che cercava di incoraggiare i cittadini a partecipare al processo di sorveglianza e a documentare le pratiche dei consigli popolari locali. Tra le altre cose li incitava a promuovere i propri diritti e la cultura dei diritti umani all’interno della società. In particolare è stato posto l’accento sull’idea dei diritti e della giustizia per tutti.

Contro gli islamisti 
Sono le stesse organizzazioni popolari che sempre più spesso si oppongono ai gruppi armati islamisti. Quest’ultimi vogliono utilizzare la forza per assumere il controllo delle zone liberate anche se non hanno radicamento nel movimento popolare e non appartengono alla rivoluzione. Ad esempio la città di Raqqa ha assistito ad una continua resistenza contro i gruppi islamisti. Da quando la città è stata liberata, nel marzo 2013, sono state organizzate numerosissime proteste contro l’ideologia e le pratiche autoritarie dei gruppi islamisti. Ci sono state manifestazioni di solidarietà con gli attivisti arrestati e detenuti nelle carceri islamiste. Queste proteste hanno permesso la liberazione di alcuni attivisti, ma numerosi altri rimangono ancora oggi in prigione, come il famoso Padre Paolo e molti altri tra cui il figlio dell’intellettuale Yassin Hajj, Firas.
Proteste simili contro le pratiche reazionarie ed autoritarie degli islamisti hanno avuto luogo ad Aleppo, Mayadin, al-Qusayr e in altre città come Kafranbel. Queste lotte proseguono ancora.
Nel quartiere aleppino di Bustan Qasr gli abitanti hanno protestato tante volte per denunciare le azioni del Consiglio della Sharia di Aleppo, che riunisce numerosi gruppi islamisti. Il 23 agosto i manifestanti di Bustan Qasr mentre stavano condannando il massacro con armi chimiche compiuto dal regime contro la popolazione di Ghouta, stavano anche chiedendo la liberazione del noto attivista Abu Maryam, rinchiuso ancora una volta dal Consiglio della Sharia. Alla fine di giugno 2013 nello stesso quartiere i manifestanti hanno innalzato lo slogan “Vaffanculo al Consiglio Islamico” in protesta contro le politiche repressive ed autoritarie di quest’ultimo. L’indignazione popolare è scoppiata anche dopo l’assassinio di un ragazzino di 14 anni, che pare avesse fatto un commento blasfemo nei confronti del Profeta Maometto in una barzelletta, compiuto da jihadisti stranieri appartenenti al gruppo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS). Durante una protesta contro il consiglio islamico a Bustan Qasr gli attivisti hanno urlato “Che vergogna, che vergogna, i rivoluzionari sono diventati shabiha” paragonando il consiglio islamico alla polizia segreta del regime siriano in chiara allusione alle loro pratiche autoritarie.
Ogni venerdì ci sono delle manifestazioni. Durante quella del 2 agosto 2013 i Comitati di Coordinamento Locale (LCC), che svolgono un ruolo importante ed utile sia all’interno della rivoluzione che nel fornire cibo, beni e servizi alla popolazione e ai rifugiati, hanno dichiarato ciò che segue in un comunicato: “in un messaggio unificato dalla rivoluzione al mondo intero, confermiamo che il rapimento di attivisti e di altri membri fondamentali della rivoluzione, a meno che questi non siano agenti della tirannia, ostacola la libertà e la dignità della rivoluzione.” Questo messaggio era direttamente indirizzato a quei gruppi islamisti reazionari. Ugualmente il 28 luglio gli LCC hanno scritto un comunicato intitolato “La tirannia è una, che sia in nome della religione o del laicismo” respingendo sia gli islamisti che il regime.
Dovremmo anche notare che alcune forze jihadiste, come Jabhat al-Nusra ed ISIS, stanno cercando di rendersi egemoni in alcune zone liberate attaccando gli attivisti ed i battaglioni dell’FSA piuttosto che lottando contro il regime, mentre molti jihadisti che si stanno riversando in Siria da paesi come l’Iraq ed il Libano non si stanno raggruppando al fronte. Piuttosto stanno concentrando i loro sforzi per consolidare il controllo delle aree settentrionali del paese controllate dai ribelli. Dopo la caduta di Raqqa nel marzo 2013 molti combattenti di Jabhat al-Nusra si sono diretti in questa provincia lasciando a metà le operazioni di resistenza ad Homs, Hama ed Idlib. Alla fine di maggio durante la battaglia per Qusayr si notava l’assenza dei combattenti di Jabhat al-Nusra. Agli inizi di giugno i rinforzi ribelli si sono concentrati sulla presa di Talbiseh, una città a nord di Homs, mentre i combattenti di Jabhat al-Nusra hanno preferito rimanere nelle zone liberate per colmare il vuoto lasciato dagli affiliati dell’Esercito Libero Siriano.
Ribadiamo che questi gruppi jihadisti ed islamisti reazionari sono nemici della rivoluzione, insieme a tutti quei gruppi che promuovono il settarismo, il rapimento, la tortura e l’omicidio come pratica di potere. Alcuni casi recenti confermano il loro comportamento reazionario.
Per esempio la presa della città di Ma’loula è stata presentata dall’account ufficiale di Jabhat al-Nusra come parte della campagna di vendetta “Occhio per occhio”, lanciata dopo l’attacco chimico a Ghouta. Una delle foto dell’attacco a Ma’loula venne pubblicata su Facebook con un verso del Corano che recit: “Allah ci dia la pazienza e la vittoria sugli infedeli” – il che forse non era il migliore slogan da utilizzare mentre al-Qaida lancia un attacco in cui un islamista giordano si è fatto saltare alle porte del più antico villaggio cristiano del paese.
L’ISIS è stato anche accusato di estorcere le tasse con la forza ai proprietari dei negozi in numerose zone sotto il proprio controllo, come a Raqqa (dove arrivano anche fino a 15,000 lire siriane), Tell Abiyad ed altre città.
Un paio di settimane fa l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha ricevuto un filmato che ritraeva dei combattenti dell’ISIS mentre decapitavano due uomini. L’uomo nel video dichiara che questi uomini stavano cooperando con il regime. Gli attivisti di Aleppo hanno riferito che l’esecuzione ha avuto luogo alla fine di agosto vicino il villaggio di al-Dweiraniya, questo tipo di comportamenti deve essere condannato come i loro attacchi contro gli attivisiti rivoluzionari e contro i battaglioni dell’FSA. 

Arabi e Kurdi uniti. 
Nella parte nord-orientale del paese, popolata dai kurdi, i recenti scontri tra gli islamisti e le milizie kurde del PYD (legato al PKK) hanno condotto alla nascita di molte iniziative popolari degli attivisi locali che miravano a mostrare la fratellanza tra i kurdi e gli arabi di quella regione e per riaffermare che la rivoluzione popolare siriana è per tutti e che condanna razzismo e settarismo. Durante le battaglie nella provincia di Raqqa la città di Tall Abyad ha visto la creazione della brigata “Chirko Ayoubi”, unitasi alla brigata del Fronte Kurdo il 22 luglio 2013. Questa brigata riunisce insieme arabi e kurdi che hanno pubblicato una dichiarazione comune che denuncia le violazioni commesse dai gruppi islamisti ed i tentativi di dividere il popolo siriano su basi etniche e settarie. Sfortunatamente alcune forze dell’FSA hanno combattuto insieme agli islamisti.
Ad Aleppo il 1 agosto è stata indetta una manifestazione nel quartiere Achrafieh – popolato per lo più da kurdi – che ha portato centinaia di persone in piazza per sostenere la fratellanza tra arabi e kurdi, per condannare gli atti commessi dai gruppi estremisti islamisti contro la popolazione kurda e per inneggiare all’unità del popolo siriano.
Nella città di Tell Abyad, che ha visto violenti scontri, gli attivisti hanno provato ad organizzare numerose iniziative per terminare gli scontri tra i due gruppi, per fermare le partenze (espulsioni?) forzate di civili e per creare un comitato popolare per governare la città e promuovere delle iniziative congiunte tra le due popolazioni al fine di raggiungere una quadra con mezzi pacifici. Questi tentativi sono ancora in corso malgrado gli scontri continui tra gli islamisti e le milizie kurde.
Nella città di Amouda una trentina di attivisti si sono radunati il 5 agosto con le bandiere rivoluzionarie siriane e quelle kurder innalzando uno striscione che recitava “Homs ti amo” per mostrare solidarietà alla città assediata dall’esercito del regime siriano.
Nella città di Quamishli – dove vivono arabi (cristiani e musulmani), kurdi ed assiri – gli attivisti locali hanno organizzato numerosi progetti per assicurare la coesistenza e l’amministrazione di alcuni quartieri tramite dei comitati congiunti. Nella stessa città l’Unione dei Liberi studenti Kurdi ha lanciato una piccola campagna web per invocare la libertà, la pace, la fratellanza, la tolleranza e l’eguaglianza per il futuro della Siria.
In moltissime situazioni il movimento popolare siriano non ha mai smesso di ribadire il rifiuto del settarismo, malgrado i tentativi del regime e dei gruppi islamisti di attizzare questo pericoloso incendio. I manifestanti hanno continuato fino ad oggi a ripetere slogan come “Siamo tutti siriani, siamo tutti uniti” e “No al settarismo”.
Così i comitati popolari e le organizzazioni svolgono un ruolo cruciale nel continuare il processo rivoluzionario, poichè sono gli attori essenziali che permettono al movimento popolare di resistere. Non si tratta di sminuire il ruolo della resistenza armata, ma quest’ultimo dipende dai movimenti popolari per proseguire la sua lotta.

“La morte piuttosto che l’umiliazione” 
In conclusione, la rivoluzione siriana è ancora lì, continua e non si fermerà. Continuerà malgrado la guerra senza quartiere condotta dal regime contro il movimento popolare e malgrado i suoi ripetuti massacri contro la popolazione civile; continuerà malgrado le minacce interne provenienti dai gruppi islamisti e reazionari. Sebbene rappresentino una minoranza questi gruppi sono pericolosi e sono anche nemici della rivoluzione a causa della loro opposizione agli obiettivi della rivolta democratica per la democrazia e la giustizia sociale, per la loro ideologia settaria e per le loro pratiche autoritarie. Così come i manifestanti durante la manifestazioni continuano a cantare “Il popolo siriano non verrà umiliato” e “morte piuttosto che l’umiliazione” il movimento popolare continuerà la sua lotta fino alla vittoria degli obiettivi della rivoluzione. Viva le rivoluzioni del popolo! Potere e Ricchezza al popolo!

Post Scriptum sull’intervento straniero e le mobilitazioni contro la guerra 
La Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, insieme a cinque altre organizzazioni socialiste rivoluzionarie della regione [2], ha dichiarato la propria opposizione a qualsiasi possibile e futuro intervento occidentale condannando allo stesso tempo gli interventi omicidi e distruttivi dell’Iran, della Russia e di Hezbollah a sostegno del regime di Assad nella sua guerra contro i rivoluzionari. Questa dichiarazione era anche contro i gruppi jihadisti reazionari e terroristi sostenuti dalle monarchie del golfo che vogliono trasformare questa rivoluzione popolare in una guerra settaria perchè temono la vittoria ed il dilagare della rivoluzione per l’intera regione fino ai loro confini. Sappiamo che l’intervento statunitense non ha l’intenzione di rovesciare il regime ma solo, in accordo con le parole di Obama, di punire l’attuale leadership siriana, di salvare la faccia dell’amministrazione statunitense, dopo tutte le minacce riguardo l’utilizzo di armi chimiche, e di indurre il regime a negoziare. Gli Stati Uniti potrebbero attaccare solo per difendere i propri interessi vitali, oltre a quelli di Israele. Noi, la Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, chiediamo invece la fornitura di armi senza condizioni politiche alle componenti democratiche dell’Esercito Libero Siriano ed anche la consegna di aiuti umanitari alla popolazione bisognosa dentro e fuori la Siria.
L’FSA non è una forza islamista come detto da numerosi media, sono numerosi battaglioni rappresentativi delle infinite sfaccettature della società siriana, composta da musulmani sunniti, alawiti, cristiani, drusi, kurdi, assiri etc.. In molte regioni sottostanno e collaborano con l’autorità civile, lavorando a stretto contatto con i consigli locali. Hanno combattuto per assicurare che la loro lotta contro Assad aprirà la strada ad una nuova società democratica. In alcune regioni controllate dall’FSA ci sono delle assemblee settimanali in cui i cittadini possono parlare liberamente e possono rivolgere le proprie preoccupazioni direttamente alle autorità locali. Contemporaneamente il regime di Assad, il cosiddetto difensore delle minoranze come detto da qualcuno, ha distrutto più di trenta chiese dall’inizio della rivoluzione.
Affermiamo di nuovo il nostro sostegno alla rivoluzione siriana e ai suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il no al settarismo.
Detto questo la cosiddetta solidarietà con il popolo siriano è una barzelletta, o meglio un insulto, quando proviene da quelle organizzazioni e quelle persone che dicono no all’intervento straniero occidentale mentre non parlano degli interventi stranieri di Russia, Iran ed Hezbollah. Soprattutto quando non gli importava niente e non hanno speso una sola parola per condannare il martirio di più di 100,000 persone, i molteplici massacri, i milioni di profughi e le devastazioni commesse dal regime di Assad sin dall’inizio della rivoluzione. Inoltre non hanno mai sostenuto il movimento popolare per la democrazia e la giustizia sociale, anzi lo hanno indebolito e /o hanno provato a ritrarlo come una cospirazione, seguendo alla lettera la propaganda del regime. La solidarietà si deve basare innanzitutto sul sostegno al movimento popolare per la sua rivoluzione per la democrazia e la giustizia sociale in Siria ed in ogni dove, e sull’internazionalismo. In altre parole bisogna sostenere il popolo nella sua lotta per l’emancipazione e la liberazione. Solo quando questo punto è chiaro si possono innalzare tali slogan.
Qualsiasi cosa accada la pensiamo come la Gioventù Rivoluzionaria Siriana di Homs, che ha diramato un manifesto con su scritto: “Le dichiarazioni di Obama e degli altri non ci interessano. Abbiamo iniziato la nostra rivoluzione e saremo coloro che la porteranno a compimento. La nostra unità è più forte di qualsiasi attacco esterno.” La rivoluzione è ancora viva e continua…ed ha bisogno della nostra solidarietà!

Note
[1] Questo articolo è stato pubblicato sul blog Syria Freedom Forever l’8 settembre 2013 con la seguente nota: «Questo post è una traduzione dal francese di un articolo pubblicato sul sito della Lega Comunista Rivolzionaria [belga] mercoledì 4 settembre 2013. L’articolo è stato tradotto da Emanuele Calitri.
[2] “Sosteniamo la Rivoluzione del Popolo siriano. No all’intervento straniero” pubblicato anche su International Viewpoint.

One thought on “In Siria esiste anche l’autorganizzazione contro regime e gruppi islamisti

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